Cairo Montenotte - Campo di concentramento

Cairo Montenotte (Savona) - Italia
Tipo di campo
Campo di concentramento
Fonte: CAP01

 

Storia
Il campo di concentramento di Cairo Montenotte (Savona) fu un campo attivo dalla fine di febbraio del 1943 fino all’8 ottobre 1943, in cui furono internati circa 1.265 uomini sloveni e croati arrestati con l’accusa di essere favoreggiatori dei partigiani, o soltanto perché loro familiari, nel quadro di una serie di “misure antiribelli” attuate dal regime fascista nelle province di Gorizia, Trieste, Pola e Fiume a partire dall’inizio del 1943. Anche se dipendente dall’Ufficio Prigionieri di Guerra dello Stato Maggiore del Regio Esercito, fu di fatto a disposizione del Regio Ispettorato Speciale di Polizia per la Venezia Giulia. 

Il Regio Ispettorato Speciale per la Venezia Giulia

Il Regio Ispettorato Speciale di Polizia per la Venezia Giulia, organo sui generis istituito dal Ministero degli Interni all’inizio del 1943 ed affidato alla guida di Giuseppe Gueli, già nella seconda metà di febbraio del 1943 aveva a disposizione due campi di concentramento in cui inviare i fermati: Cairo Montenotte per gli uomini e Fraschette di Alatri per le donne. 

Secondo lo storico Tone Ferenc, i trasporti verso i due campi saranno in totale 34, con 2.250 persone in tutto, dei quali 20 per Cairo Montenotte.1 Mentre Fraschette era un campo già esistente e gestito direttamente dal Ministero degli Interni, Cairo Montenotte fu trasformato da campo per prigionieri di guerra a campo per internati civili. L’Ispettorato infatti, attraverso il Ministero degli Interni, aveva richiesto al Comando Supremo di mettere a disposizione un campo per gli internandi della Venezia Giulia: fu per questo che, con una comunicazione datata 20 febbraio 1943, l’Ufficio prigionieri di guerra dello Stato Maggiore del Regio Esercito mise a disposizione della Direzione generale di pubblica sicurezza il campo di Cairo Montenotte.

Il campo, che rimase alle dipendenze delle forze armate, e più precisamente del Comando della Difesa Territoriale di Genova (XV Corpo d’Armata) era stato in precedenza utilizzato come campo di prigionia per prigionieri di guerra greci (dicembre 1941- gennaio 1943), poi spostati in un altro campo nel bergamasco.


Il comandante del campo colonnello Alessandro Passavanti


Il comando del campo fu in un primo tempo affidato al tenente colonnello Pasquale Pergameno, e a partire dal 30 marzo 1943, al colonnello Alessandro Passavanti. Nato nel 1888 a Perugia, Passavanti aveva servito in Libia nel 1912 per poi, con il grado di tenente, prendere parte fin da subito alla Grande Guerra ed essere ferito nel luglio del 1915. erminò la guerra col grado di maggiore e una Croce di guerra al valor militare. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale venne richiamato in servizio e posto a disposizione del Comando militare di Pisa, sezione staccata di Livorno. Con il grado di colonnello, ottenuto per anzianità, fu tra il 1941 e l’inizio del 1943 a capo dell’ufficio militare presso il comando federale del G.I.L. di Livorno.  Il 20 marzo 1943 venne infine nominato comandante del campo di prigionia n. 95 (Cairo Montenotte).
Della sua personalità si sa poco. Secondo una testimonianza, “era un accanito fascista e spesso ci minacciava con il mettere in fila e fucilarci”.

 Il corpo di guardia era costituito da circa 280 soldati inquadrati in un reparto di Vigilanza: al momento dell’arrivo degli internati sloveni e croati non avevano alcuna informazione su di loro se non accenni al fatto che si trattasse di persone ribelli allo Stato.


Gli internati

l momento della sua istituzione il campo aveva una capienza prevista di 2.000 persone. I dati disponibili dicono che in realtà gli internati furono in totale 1.265 , tutti maschi, di età compresa tra i 14 e gli 80 anni, provenienti da 296 località diverse. Il primo trasporto partì dalle carceri triestine del Coroneo il 28 febbraio, ed era composto da 156 uomini e 44 donne. Le donne sarebbero state poco dopo trasferite al campo di Fraschette di Alatri.


Degli altri trasporti esistono tracce documentarie ed elenchi di internati: il 31 luglio Gueli inviò ad esempio ai prefetti e ai questori della Venezia Giulia la lista di 205 uomini inviati, previa autorizzazione del Ministero degli Interni, a Cairo Montenotte. La lista successiva (datata sempre 31 luglio), contiene i nomi di altri 39 internandi, definiti come “favoreggiatori di ribelli appartenenti all’organizzazione Milizia nazionale slovena di appoggio alle bande armate” (anche se in tal caso gli internandi provenivano quasi tutti dalle zone annesse alla Provincia del Carnaro dopo l’aprile del 1941 e in alcuni casi dalla città di Fiume).


Il 19 agosto venne inviato a Cairo Montenotte un gruppo di 43 persone (in realtà 40, come precisato dall’Ispettorato quattro giorni dopo), definite anch’esse come partigiani e favoreggiatori dei ribelli. Il 26 agosto fu la volta di altri 36 arrestati, “tutti favoreggiatori di ribelli”, di cui 29 nativi di Buzet (Pinguente), arrestati e deportati come renitenti alla leva. A questi gruppi si unirono dei gruppi di sloveni già internati in Italia in altre località nel 1941 e nel 1942.


La struttura del campo


Secondo il ricordo di un internato, “il campo si trovava vicino al centro abitato, circa venti minuti a piedi”. Si trattava di un ex pista di aviazione sportiva con relativo hangar e una ventina di baracche, tra le quali sorgeva una chiesetta, in località Vesima. Alcuni edifici adiacenti al campo furono requisiti e utilizzati come alloggio per gli ufficiali e mensa, mentre nelle immediate vicinanze si trovavano una strada e la ferrovia.
Il campo era circondato da filo spinato in duplice fila e sorvegliato da sei torrette di guardia; in ognuna delle quindici baracche si trovavano tra i 60 e gli 80 internati. 


Le condizioni di vita nel campo


Le condizioni, seppur decisamente migliori delle carceri in cui gli internati erano stati detenuti in precedenza, erano piuttosto severe: potevano “liberamente” camminare per il campo fino alle otto di sera, avevano tre “pasti” al giorno (caffè amaro al mattino, a pranzo e a cena della minestra con un po’ di pasta, e trecento grammi di pane al giorno), ricevevano un pacco di cinque chili massimo al mese da casa (di solito cibo, anche se in realtà molti non avevano più nessuno che gli potesse inviare dei pacchi, essendo state internate famiglie intere o avendo avuto i beni distrutti nelle rappresaglie). Chi aveva soldi poteva comprare allo spaccio del campo vino, sigarette e altri prodotti. Infine, c’era la possibilità di svolgere determinati lavori e di ottenere in tal modo razione doppia di pane. In ogni caso, secondo una testimonianza, “l’alimentazione degli internati era molto al di sotto del minimo, sia per la quantità che per il valore calorico”.

Gli internati gestivano l’organizzazione interna del campo: esisteva un referente per tutti gli internati e uno per ogni baracca, con il compito di far rispettare l’ordine stabilito. Ogni baracca era a sua volta suddivisa in quattro gruppi, ognuno con il proprio referente.


Diversi tentativi di migliorare le condizioni degli internati vennero fatte dal vescovo di Trieste e Capodistria, monsignor Antonio Santin, il quale tentò ripetutamente di entrare in contatto con gli internati di Cairo Montenotte e in generale con tutti i diocesani di origine slovena e croata internati, detenuti o confinati in Italia. Il 31 marzo chiese al Vicario Generale Militare, monsignor Rusticoni, di intervenire presso gli organi competenti, interessando anche il Nunzio Apostolico d’Italia e il Conte Ciano, per ottenere un miglioramento delle condizioni degli internati, soprattutto da un punto di vista alimentare, proponendo tra l’altro una colletta in denaro da inviare agli internati. Il nunzio apostolico Borgoncini Duca fu però costretto l’8 aprile a rispondergli che “per la colletta, il Ministero della Guerra ha dato parere sfavorevole”. Il nunzio chiese poi all’Ufficio Prigionieri di Guerra S.M.R.E. e alla Direzione generale di Polizia il permesso per far visitare i campi di Cairo Montenotte e Fraschette di Alatri al monsignor Santin, ottenendo parere favorevole. Santin visitò il campo di Cairo Montenotte il 26 maggio. Nella sua relazione, registrò a suo malincuore il recente cambio di cappellano avvenuto: sostituito quello sloveno, ne fu mandato uno italiano che non era in grado di comunicare con i fedeli. Del campo scrisse che le condizioni erano buone, ma che gli internati avevano fame. 


Solo quelli che ricevevano dei pacchi da casa stavano un po’ meglio. Mentre era in visita al campo, giunse il generale Fabbri con il quale ebbe uno scontro verbale: il generale infatti insisteva sul fatto che tutti gli internati fossero rei, che era della gente poco da bene e che andava trattata ben più duramente, che dovevano essere grati di essere trattati così e non peggio. Tuttavia, pare che la situazione non cambiò molto, né in meglio né in peggio. 


Il campo durante il governo Badoglio


La notizia della caduta di Mussolini si diffuse rapidamente, generando tra gli internati un’atmosfera di gioia. Il comandante Passavanti però, secondo il ricordo di alcuni internati, li ammonì severamente minacciandoli di ammazzarli tutti come cani e rinforzando la guardia. Nel periodo successivo, l’unico cambiamento degno di nota fu la possibilità data a gruppi di internati di lavorare fuori dal campo presso ditte quali la Montecatini, la Guffanti, la S.A.I.L. o in un vicino cantiere edilizio.


Il campo dopo la capitolazione dell'Italia


Sei settimane dopo il giorno della capitolazione italiana la situazione non era cambiata. Il colonnello non permise a nessuno di uscire dal campo, nonostante i tentativi da parte degli internati. Il cappellano del campo riferì in una missiva ai suoi superiori che l’8 sera avevano ricevuto l’ordine di rinforzare la guardia, e che il 9 mattina i tedeschi avevano preso possesso del campo obbligando tutti a rimanere al propri posto pena l’internamento in Germania. Il cappellano parlò di trattative ancora in corso (ma non si dice chi da parte italiana o degli internati) in cui si cercava di ottenere la liberazione degli internati, sottolineando però che c’erano poche speranze. Pare che i tedeschi volessero concedere la libertà vigilata agli internati: l’alternativa sarebbe stata il trasferimento del campo in Germania. In effetti, almeno nei primi giorni dopo l’arrivo dei tedeschi, agli internati fu data la possibilità di entrare e uscire liberamente dal campo: alcuni non vi fecero più ritorno.

Contemporaneamente, il reparto di Vigilanza del campo di dissolse in pochi giorni: l’11 settembre 80 soldati si diedero alla macchia, il giorno dopo altri 50, il 13 settembre fu la volta di altri 32 militari. Il 14 settembre erano rimasti in 42, perlopiù calabresi, siciliani e pugliesi che non sapevano come poter raggiungere le loro case.


Data la situazione, il generale Guassardi, del Comando della Difesa Militare di Genova, ordinò il 13 settembre a Passavanti di consegnare il campo ai tedeschi. I giorni tra il 14 e il 21 settembre furono particolarmente caotici: secondo una relazione dello stesso Passavanti, i tedeschi non mostrarono particolare interesse a prendere in consegna il campo e anzi gli ordinarono di rimanere al comando con i suoi pochi uomini, inviandogli solo dei minimi rinforzi; gli internati non potevano essere più controllati, e numerosi saccheggi avvennero nei magazzini del campo. La situazione si ristabilì parzialmente solo verso il 23, quando Passavanti e i suoi superiori riuscirono a ricostituire un corpo di guardia di circa 60 militari.


Verso la fine del mese il campo venne visitato da alcuni ufficiali della polizia di Stato tedesca; il 5 ottobre, nonostante il Comando Militare Italiano di Genova avesse ordinato che doveva essere mantenuto il controllo di Passavanti, gli ufficiali tedeschi gli comunicarono che il campo sarebbe stato sciolto l’8 ottobre per esigenze militari.
In quei giorni, una parte degli internati fu rilasciata (circa 170 malati e invalidi; 40 furono invece gli evasi). Secondo una testimonianza, tra i rilasciati vi furono anche i confidenti di Passavanti, che ebbero un ruolo significativo nel trattenere gli internati al momento della capitolazione italiana, convincendoli a rimanere calmi perché che sarebbero presto andati a casa. Fino ad allora, e precisamente nell’estate del 1943, nel campo erano decedute tre persone: il croato Anton Ban e gli sloveni Anton Vončina e Josip Kavčič. Il resto delle persone sarebbero state da lì a breve deportate nei campi del Terzo Reich. 


8 ottobre 1943. Il trasporto a Mauthausen


Il trasporto, composto da trenta vagoni bestiame, partì l’8 ottobre da Cairo e arrivò a Mauthausen il 12 ottobre, per poi essere dirottato il giorno dopo nel sottocampo di Gusen. I deportati registrati furono 985 (secondo lo storico sloveno Filipič erano 990, ma durante il trasporto qualcuno riuscì a fuggire).


Il trasferimento a Gusen. Il lavoro forzato. I decessi


Le condizioni di vita a Gusen furono drammatiche. I ricordi della vita, del lavoro presso le cave, allo scarico/carico vagoni e altro, sono quelli propri dei campi di morte attraverso il lavoro. 

La conseguenza di ciò fu che nei primi tre mesi morirono circa 200 persone; un gruppo di 80 internati croati fu invece liberato su intervento del regime ustaša croato; altri 342 vennero dirottati al lavoro forzato in industrie tedesche o complessi agricoli: infine, 358 persone, perlopiù anziani e malati, furono liberati il 24 gennaio 1944 e rimandati alle loro case, spesso in condizioni al limite della sopravvivenza. Da un punto di vista cronologico, i rilasci e gli spostamenti avvennero:
- Il 23 novembre 1943, venne rilasciato un gruppo di 70 internati minorenni (nati tra il 1925 e il 1929). In realtà vennero dirottati al lavoro forzato a Linz, nel sottocampo numero 39.
- Il 25 novembre 1943 furono rilasciati altri 80 internati di varia età, nativi soprattutto di Fiume e Sušak. Il gruppo fu rilasciato su intervento degli ustaša croati. Arrivato a Zagabria, venne dapprima affidato alla Croce rossa croata, per poi essere definitivamente liberato.
- L’8 e il 9 dicembre, venne rilasciato un gruppo di 272 persone, tra cui il più anziano del trasporto, Jernej Martinčić di Senožeče, nato il 28 giugno 1875, arrestato il 10 febbraio 1943, morto il 16 giugno 1945. Anche loro furono in realtà spostati a Linz.
- Il 24 gennaio venne infine rilasciato l’ultimo gruppo di 358 persone, che questa volta fu mandato a casa, non a Linz.


Secondo Filipič, la liberazione di questo gruppo va considerata come uno dei molti gesti demagogici dei tedeschi il cui scopo era attrarre i favori della popolazione locale nel neocostituito Adriatisches Künstenland ed impedire che continuassero ad andare a ingrossare le fila dei partigiani. Tale interpretazione sembra plausibile anche alla luce di una nota della questura di Gorizia che avrebbe registrato in data 26 gennaio l’arrivo di trecento sloveni già internati a Cairo Montenotte e poi portati dai tedeschi a Linz, evidenziando come in realtà l’effetto non fu affatto positivo. Le loro condizioni fisiche vengono definite “compassionevoli”, mentre si annota che i tedeschi avrebbero vietato loro di parlare delle condizioni del campo in cui si trovavano. La breve nota continua: “Palesemente depressi, hanno provocato nella popolazione slovena locale (clericale) senso di costernazione e di sfiducia anche nella politica assiale del momento, tendente a sopire la reazione slovena (clericale) contro la politica assimilatrice del decorso ventennio nella Venezia Giulia”.

Complessivamente, il trasporto partito da Cairo Montenotte fu senza dubbio il trasporto più consistente partito dall’Italia e diretto a Mauthausen. Il gruppo di Cairo Montenotte rappresentò poco meno del 25% del totale degli sloveni deportati a Mauthausen e nelle sue succursali (990 deportati di cui 875 sloveni dell’entroterra triestino e goriziano e 115 croati istriani, su un totale di 4.153).
Simile fu anche il rapporto tra i deceduti sloveni totali del campo (circa 1.500) e quelli provenienti da Cairo (217, deceduti nell’arco di tre mesi - fino al 25 gennaio 1944 a causa delle terribili condizioni del campo di Gusen).


Per molto tempo il trasporto partito da Cairo fu considerato, come del resto registrato dalle autorità tedesche, un trasporto di italiani. In maniera simile, 1.657 sarebbero stati in totale gli sloveni deportati dopo l’8 settembre 1943 dalle zone italiane e considerati come italiani.


Milovan Pisarri (2016)




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